Ci sono articoli che non restano semplicemente archiviati: continuano a vivere, a distanza di anni, perché raccontano qualcosa che non si è mai davvero esaurito.
Questo lo scrissi il 29 ottobre 2011, in un momento importante per Siena e per uno dei suoi dolci più identitari.
Rileggerlo oggi è stato come riaprire una porta su quella città che non smette mai di richiamarmi, con la sua eleganza discreta, le sue tradizioni ostinate, il suo modo unico di custodire il tempo.
Lo ripubblico così com’è, senza ritocchi, per affetto, per rispetto e anche per un po’ di nostalgia: perché certi legami, come quelli con Siena, non hanno bisogno di essere aggiornati, ma solo ricordati.
Ci sono dolci che non appartengono soltanto alla tradizione, ma al tempo stesso custodiscono una memoria più profonda, fatta di gesti, ingredienti e consuetudini che attraversano i secoli. I Ricciarelli di Siena rientrano in questa dimensione: non semplici biscotti, ma un simbolo della cultura gastronomica toscana, legato indissolubilmente alla città e al periodo natalizio.

Il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta segna un momento decisivo nella loro storia.
Con la registrazione ufficiale nel registro europeo delle DOP e IGP, avvenuta alla fine di ottobre 2011, i Ricciarelli di Siena entrano a pieno titolo tra i prodotti tutelati dell’Unione Europea.
Un passaggio che arriva dopo anni di attese e di lavoro, e che restituisce chiarezza a un prodotto troppo spesso imitato e alterato.
Il valore di questo riconoscimento è duplice.
Da un lato, sancisce l’importanza dei Ricciarelli come patrimonio gastronomico; dall’altro, introduce regole precise che ne definiscono la produzione.
Non è un dettaglio formale, ma una presa di posizione netta contro le numerose contraffazioni che negli anni hanno compromesso la qualità e l’identità del prodotto.

Per lungo tempo, infatti, la denominazione “ricciarelli” è stata utilizzata in modo improprio, spesso associata a prodotti realizzati con ingredienti lontani dalla tradizione.
Tra questi, l’impiego delle armelline — i semi delle albicocche — o di farine di mandorle disoleate, ottenute come sottoprodotto della lavorazione dell’olio e generalmente destinate ad altri usi. Ingredienti che nulla hanno a che vedere con la qualità e la struttura dei veri Ricciarelli di Siena.
Il disciplinare IGP interviene proprio su questo punto, stabilendo criteri chiari.
Le mandorle devono essere esclusivamente dolci, presenti in percentuale significativa, con una minima presenza di mandorle amare che contribuiscono a definire il profilo aromatico.
Il contenuto in grassi deve derivare unicamente dalle mandorle stesse, senza scorciatoie o sostituzioni.
È una scelta che rimette al centro la materia prima, restituendo al dolce la sua autenticità.

Questa attenzione alla qualità non riguarda soltanto la composizione, ma si estende all’intero processo produttivo.
La lavorazione, pur evolvendosi nel tempo, conserva un’impronta artigianale, fatta di equilibrio tra consistenza e morbidezza, tra dolcezza e nota leggermente amarognola.
Il risultato è un prodotto riconoscibile, dalla forma leggermente allungata e dalla superficie increspata, spesso velata da zucchero a velo.
L’introduzione del marchio IGP segna anche un cambiamento concreto per il consumatore.
A partire dalle nuove confezioni, diventa possibile identificare con chiarezza i prodotti conformi al disciplinare.
Un elemento che rafforza la fiducia e permette una scelta più consapevole, soprattutto in un periodo come quello natalizio, in cui i Ricciarelli trovano la loro massima espressione.
Ma dietro questa certificazione si nasconde anche un lavoro scientifico significativo. I ricercatori del COGEP, spin-off dell’Università di Siena, hanno sviluppato un sistema analitico innovativo per verificare l’autenticità delle materie prime, in particolare delle mandorle. Attraverso tecniche di analisi del DNA e controlli chimici mirati, è possibile confrontare il profilo genetico degli ingredienti con dati di riferimento, garantendo così un livello di controllo particolarmente rigoroso.
Questo approccio introduce un elemento interessante nel panorama delle produzioni tradizionali: la possibilità di coniugare sapere antico e strumenti moderni.
Non si tratta di snaturare la tradizione, ma di proteggerla con mezzi adeguati, assicurando che ciò che arriva sulle tavole sia davvero conforme alla sua identità originaria.
I Ricciarelli di Siena vantano una storia che si perde nel tempo, ben precedente rispetto ad altri dolci oggi più diffusi a livello nazionale.
La loro origine è spesso ricondotta a influenze mediorientali, portate in Toscana attraverso i contatti commerciali e culturali del Medioevo.
La mandorla, ingrediente centrale, diventa così il filo conduttore di una preparazione che unisce mondi diversi, adattandosi al contesto locale.

Nel corso dei secoli, questo dolce ha mantenuto un ruolo preciso nella tradizione senese, legandosi in particolare alle festività. La sua presenza sulle tavole natalizie non è casuale, ma parte di un rito che si rinnova ogni anno, tra memoria e convivialità.
Il riconoscimento IGP arriva dunque come una forma di tutela necessaria, ma anche come un atto di rispetto verso una storia lunga e articolata. Non si limita a proteggere un nome, ma difende un insieme di pratiche, conoscenze e valori che definiscono un territorio.
In questo senso, i Ricciarelli di Siena diventano un esempio emblematico di come la certificazione europea possa contribuire a preservare la diversità gastronomica. In un mercato sempre più globalizzato, dove i prodotti tendono a uniformarsi, la possibilità di riconoscere e valorizzare le specificità locali assume un’importanza crescente.
E mentre le nuove confezioni iniziano a comparire, segnate dal marchio IGP, si rinnova anche un’attesa più ampia, che riguarda altri prodotti del territorio. La speranza è quella di vedere riconosciute e tutelate ulteriori eccellenze, come già avvenuto per la Cinta Senese e come auspicato per il Panforte, altro simbolo della tradizione senese.
Nel frattempo, i Ricciarelli tornano a occupare il posto che spetta loro: non solo dolce delle feste, ma testimonianza viva di una cultura gastronomica capace di resistere, adattarsi e rinnovarsi senza perdere la propria identità.

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