Frappe (o chiacchiere o cenci o….)

Ricette

Comunque li chiamiate … questa é la ricetta dei golosi dolcetti dai  Mille nomi

Ingredienti per 500 grammi di dolcetti

Farina 00 300 grammi
Zucchero 30 grammi
Burro 15 grammi
Uova 3 tuorli
Sale 1 pizzico
Bevanda alcoolica secondo gusto 1 bicchierino
Zucchero a velo q.b.
Strutto o olio per friggere q.b.
Su un piano idoneo mettete la farina “a fontana” (una montagnetta con un buco in mezzo) ed al centro aggiungete lo zucchero, il burro che avrete sciolto a bagnomaria, i tuorli, il sale e la bevanda alcoolica che potrà essere, secondo gusto, rhum, marsala, grappa, vino bianco, liquore all’anice, o “strega”. Non preoccupatevi se i dolcetti verranno mangiati dai bambini, col calore della frittura l’alcool svaporerà.

Impastate bene gli ingredienti e quindi tirate la sfoglia sottile che taglierete a rettangoli lunghi 10 centimetri e larghi 3, utilizzando la rotella per i ravioli.

Potete lasciare le strisce come sono oppure fare “un nodo” al centro di ogni singola striscia.

Friggete in strutto o olio abbondante bollente sino a doratura, eliminate l’unto in eccesso posando i fritti su carta casa quindi spolverizzate generosamente con lo zucchero a velo.

Servite alla temperatura che preferite (calde, tiepide o fredde saranno sempre buonissime).

Cantucci di Prato

Questi deliziosi biscottini sono nati nel XVI secolo ed inizialmente non avevano le mandorle.
Il loro nome deriva dal latino  “cantellus”, cioè pezzo o fetta di pane.

L’Accademia della Crusca ne diede una prima definizione nel 1691 definendoli ” biscotti a fette, di fior di farina, con zucchero e chiara d’uovo”.

Le mandorle vennero inserite tra le varianti la cui più nota é quella dei “biscottelli” del tempo di Caterina de’ Medici. Solo dopo il 1850 divennero ingrediente caratterizzante dei cantucci (o cantuccini).

Il primo documento che ne riporta la ricetta é un manoscritto del Pratese Amadio Baldanzi scritto nel XVIII secolo e dove vengono curiosamente chiamati “biscotti alla Genovese”.

Fu poi un pasticciere di Prato, Antonio Mattei, che, nel XIX secolo, ne realizzò la ricetta che divenne di diritto quella classica e che ricevette innumerevoli premi e si guadagnò anche una menzione speciale in occasione dell’esposizione universale di Parigi nel 1867.

Ingredienti

– 500 grammi di Farina 00

– 250 grammi di zucchero

– Mezzo bicchiere di Vin Santo Toscano

– 150 grammi di mandorle NON spelate

– 1 bustina di lievito

– la buccia grattugiata di 1 arancia

– 6 uova di cui useremo 3 uova intere e 3 tuorli

– due tuorli per spennellare prima della cottura

– 50 grammi di burro

– 1 pizzico di sale

Tostate le mandorle in forno a 160°C per 5/7 minuti.

Mescolate la farina al lievito quindi create la “fontana” di farina aggiungendo tutti gli ingredienti (mandorle e i due tuorli per spennellare esclusi) e lavorate sino a che non otterrete una pasta morbida e omogenea.
Unite quindi le mandorle tostate (che avrete raffreddato).
Bagnatevi le mani con acqua e preparate dei cilindretti di pasta.
Spennellate i cilindretti con il rosso d’uovo.
Fate cuocere in forno preriscaldato a 180°C per 20 minuti.
Tagliate in obliquo i cilindretti con un coltello da pane e rimetteteli a cuocere sempre a 180°C per circa 5 minuti.
Gustateli inzuppandoli nel Vin Santo Toscano

Pizza di Nata’

Un dolce che fa parte della grande famiglia de I Piatti del Natale Italiano e che ci arriva dalle Marche.
Somiglia al panettone ma non dite ai Marchigiani che é un panettone. E’ la pizza di Nata’ e così va chiamata!
Conosce molte varianti, c’é chi ci unisce il formaggio, chi lo riempie con l’uvetta e/o i fichi secchi, o aggiunge le scorze d’arancia, che poi lo copre di zucchero semolato o a velo … ma la ricetta originale é questa che vi propongo.

Ingredienti:

Farina: 1 chilo

Lievito di birra: 50 grammi

Olio di semi: mezzo bicchiere

Sale 1 cucchiaio raso

Acqua: (q.b. per l’impasto)

Noci: 350 grammi

In una contenitore capace impastate molto lentamente la farina con l’acqua per ottenere un impasto liscio e soffice, aggiungete il sale ed amalgamante con l’olio.

Unite quindi il lievito ed impastate fino ad ottenere un composto morbido e, ovviamente, senza granuli o grumi.

Lasciate riposare in frigorifero per 5/6 ore coperto con un panno.

Nel frattempo sgusciate le noci.

Tirate fuori la massa dal frigo, unite le noci all’impasto e mettete di nuovo a riposare nel frigo per circa mezz’ora sempre coperta dal  panno.

Mettete quindi la pasta in un contenitore idoneo (una forma di quelle di carta per panettoni sarà perfetta) oppure fate tanti panettoncini monoporzione. Dipende dalla vostra pazienza ….

Mettete la forma (o le formine) in un luogo chiuso e con poca luce (perfetto il forno spento o il microonde (sempre spento).

Portate il forno a 220 gradi e cuocete la pizza di Natà per circa 45 minuti o almeno sino a che non avrà raggiunto la doratura desiderata.

Sfornate e lasciate raffreddare

Scrippelle fritte

Tra I Piatti del Natale Italiano troviamo questi dolcetti abruzzesi facili facili e golosissimi.

Ingredienti:

– farina di grano tenero “00” 1 kg

– sale 10 g

– lievito madre 400 g

– acqua ½ litro

– olio di oliva abbondante

– zucchero semolato q.b.

Impastate in un recipiente capace tutti gli ingredienti e lasciaye riposare l’impasto minimo 2 ore in un luogo chiuso e con poca luce (perfetto il forno spento).

Mettete l’impasto su un ripiano e predetene piccoli “morsi” che schiaccerete ed allungherete a mano sino ad ottenere delle strisce mediamente sottili.

La scrippella tradizionale é lunga circa 15 centimetri ma voi potete farle lunghe abbastanza per essere contenute nella vostra padella.

Friggere le strisce nell’olio bollente sino a che non saranno ben dorate.

Ponetele su carta assorbente da cucina e copritele generosamente con zucchero semolato.

Zuppa di baccalà con lenticchie e cime di rapa

Una ricetta di Natale nel panorama sontuoso e gustoso della Cucina siciliana. Si tratta di un “piatto povero” ma, come tutti sappiamo, la migliore Cucina nasce dai piatti realizzati con materiali, magari di scarto, prodotti dell’orto e cereali.

Ingredienti

Per il fumetto di pesce

Scarti di pesce (teste, lische, carapaci dei crostacei) 250 grammi

Burro 50 gr

Mazzetto odoroso (timo, maggiorana, mentuccia, erba cipollina, prezzemolo,

rosmarino) piccolo 1

Sedano con foglia 1

Porro 1

Carota piccola 1

Cipolla piccola sbucciata 1

Pepe bianco 3 grani

Aglio pelato 1 spicchio

Vino bianco secco mezzo bicch

Sale 1 pizzico

Per le lenticchie

Lenticchie 100 grammi

Carota piccola 1

Cipolla piccola 1

Costa di sedano 1

Mazzetto odoroso piccolo 1

Per la zuppa

Fumetto di pesce mezzo bicchiere

Baccalà ammollato tagliato a pezzi 600 grammi

Cime di rapa 500 grammi

Acqua di cottura delle cime di rapa 1 bicch

Vino bianco secco mezzo bicch

Scalogno 2

Sedano 1 gambo

Carota media 1

Prezzemolo 3 ciuffi

Basilico 10 foglie

Olio EVO 5 cucchiai

Sale q.b.

Pepe q.b.

Eliminate la parte verde del porro e tagliatelo a fettine, tagliate la cipolla e l’aglio eliminando l’anima. In un tegame sciogliete il burro e fate rosolare il porro, la cipolla e l’aglio per circa 5 minuti. Unite il pesce e fatelo rosolare un paio di minuti. Aggiungete il vino bianco e, quando sarà evaporato, aggiungete l’acqua sino a coprire il pesce.Aggiungete il pepe in grani, il mazzetto odoroso, il sedano e la carota, salate e fate cuocere a fiamma bassa con il coperchio per circa 1 ora. Passate il fumetto con un colino.

Fate cuocere le lenticchie con gli altri ingredienti aggiungendo acqua leggermente salata per coprire il tutto. Cuocete a fuoco basso con il coperchio per circa 20 minuti e scolate.

Scottate le cime di rapa in acqua leggermente salata e scolatele (mettendo da parte 1 bicchiere dell’acqua di cottura).

In un tegame rosolate in un cucchiaio di olio lo scalogno, il sedano e la carota tritati. Unite il baccalà, alzate la fiamma ed aggiungete il vino. Quando sarà evaporato fate cuocere per un paio di minuti a fiamma bassa quindi aggiungete le lenticchie e le cime di rapa. Versate nel tegame il fumetto di pesce e l’acqua di cottura delle cime di rapa. Salate e pepate e fate cuocere a fiamma bassa per circa 10 minuti.

Togliete il tegame dal fuoco ed aggiungete prezzemolo e basilico tritati unitamente all’olio rimasto.

Struffoli

Fanno parte a pieno titolo dei Piatti del Natale italiano anche se questo uso é abbastanza recente.
Infatti, la prima documentazione scritta di tale ricetta, si trova nel ricettario del Crisci che risale al 1634 ma non viene detto che si trattava di un dolce tipicamente natalizio.
Oggi sono considerati non solo dolci natalizi, ma anche tipicamente Napoletani.
Vengono però preparati in altre Regioni e Città Italiane e cambiano il nome.
A Taranto sono i “
sannacchiudere“, a Lecce i “purcedduzzi” (porcellini fritti) o pizzi cunfitti.
In Abruzzo, Molise ed in alcune zone del Lazio e Marche diventano “cicerchiata”.
In Calabria e Basilicata sono “cicerata”.
Sempre in 
Calabria, nella provincia di Reggio Calabria e, in Sicilia, in provincia di  Messina,  ecco la “pignolata”
Una curiosità … nell’area dell’
Alto Sangro e della Valle Latina, particolarmente a Ceccano, con il nome “struffoli” si intende un dolce tipico di Carnevale  diffuso in più parti d’Italia con il nome di castagnole (palline fritte della dimensione di una castagna).
Martina Franca ne esiste una variante chiamata “purcidd’“.
Carloforte, nella provincia di Carbonia-Iglesias (Sardegna), vengono chiamati “giggeri“.

Una teoria afferma che arrivino dalla Grecia col nome di  στρόγγυλος (stróngylos, pron. “strongoulos” o “stroggulos”) che significa “di forma tondeggiante”.
Più credibile però é la tesi di alcuni storici della Cucina che li originano nella Spagna andalusa come piñonate, preparate nello stesso modo ma di forma diversa.
Perché questa sarebbe la teoria più accreditata? Per via della lunga dominazione spagnola subita dal territorio Napoletano.

Ora vediamo come realizzare questa gioia per il palato e gli occhi … quelle palline lucide e colorate da canditi e da confettini. Che piatto allegro!
BUON NATALE!

INGREDIENTI per 6 persone

Farina tipo 00 

Uova 3 intere 

Burro 90 gr 

Zucchero semolato 3 cucchiai 

Rum bianco 30 ml 

Buccia grattugiata di limone 1

Sale q.b. 

Per il condimento

Miele di acacia 300 ml 

Frutta mista candita una manciata a dadini 

Palline di zucchero colorate q.b.

Per friggere

Olio di semi per friggere  1 litro 

Disponete la farina a fontana ed unite il sale, lo zucchero, il burro ammorbidito e le uova.
Mettete anche il rum e la buccia del limone.

Lavorate l’impasto con una forchetta e, quando sarà più compatto, impastate a mano sino ad ottenere una palla di pasta compatta, liscia e morbida.
Avvolgete la palla nella pellicola e fatela riposare in frigo per circa un’ora (anche di più, non succederà nulla).

Quindi prendete l’impasto, lavoratelo ancora qualche minuto e tagliandolo a pezzi formate a mano un cilindro di circa un centimetro di circonferenza.
Tagliate quindi il cilindro in tanti pezzetti lunghi circa un centimetro e fate delle palline.

Portate la temperatura dell’olio (in una bella padella grande a bordi alti) a circa 180° e delicatamente posateli nell’olio  usando una schiumarola. Andranno un attimo a fondo ma …  tranquilli … risaliranno velocemente.
Il tempo di cottura é meno di un minuto ma saranno pronti quando belli dorati.

Friggetene pochi alla volta altrimenti la temperatura dell’olio si abbassa se ne inserite troppi.

A frittura ultimata metteteli su carta casa per far assorbire l’olio in eccesso.

Ora dovete prendere una padella capace di contenere TUTTI gli struffoli che avete realizzato. Metteteci il miele a fatelo sciogliere a fiamma molto bassa.
Quando si sarà sciolto spegnete il fuoco ed aggiungete mescolando delicatamente: i canditi, gli struffoli e le palline di zucchero.

Terminata l’operazione mettete gli struffoli su  un piatto di portata a formare una montagnetta e guarnite ancora con palline colorate.

Gli struffoli si conservano anche una settimana ma ricordatevi che col tempo tenderanno a diventare mollicci.

Involtini di foglie di vite (Grecia)

Bandiera-grecia

Un involtino vegetariano che ci arriva dalla culla della Civiltà mediterranea.

Ingredienti per 4 persone
Foglie di vite fresche 300 grammi
Riso 200 grammi
Cipolla bionda 200 grammi
Olio extravergine di oliva q.b.
Pinoli 4 cucchiai da minestra
Uva sultanina 4 cucchiai da minestra
Zucchero un pizzico
Prezzemolo 1 mazzetto
Menta 2 rametti
Aneto 1 ciuffo
Limone 1
Acqua q.b.
Sale q.b.

In una pentola di acqua bollente salata mettete il riso e scolatelo dopo non più di cinque minuti.

Nel frattempo sbollentate per 1 minuto e mezzo circa,  le foglie di vite, quindi asciugatele e lasciatele stese su un canovaccio.

Rosolate la cipolla tagliata a fette in poco olio.

In un tegame a parte fate rosolare per un minuto in poco olio: il riso bollito con i pinoli e l’uva sultanina quindi unite le cipolle e lo zucchero.
Coprite “a filo” con acqua bollente e fate cuocere a fiamma molto bassa con il coperchio per 10 minuti mescolando ed aggiungendo, se occorre, altra acqua ma sempre in minime quantità.

Levate la pentola dal fuoco ed aggiungete  il prezzemolo, l’aneto e la menta tritati molto finemente. Mescolate il composto.

Prendete le foglie di vite (lasciandone da parte una quantità che vi servirà a “foderare” il fondo di una teglia) e, utilizzando un cucchiaino, mettete al centro  di ciascuna foglia il composto di riso.
Arrotolate e chiudete la foglia formando un involtino.

Mettete gli involtini molto vicini tra loro in una teglia foderata con le altre foglie di vite avendo l’accortezza di mettere in basso la parte di involtino con i lembi in modo che non si aprano.
Aggiungete il succo del limone, un filo d’olio ed una tazza da the di acqua bollente.
Mettete sopra gli involtini (a premerli) un piatto piano rovesciato.

Cuocete in forno preriscaldato a 150° per 1 ora.

Servite freddi.

Tortellini

Un bel cimentarsi … i tortellini fatti in casa, gustosa pasta ripiena dalla storia affascinante.

Per la pasta all’uovo
Pasta all’uovo

Per il ripieno:
Polpa di maiale 150 grammi
Polpa di vitello 150 grammi
Salsiccia 100 grammi
Prosciutto crudo 100 grammi
Mortadella 50 grammi
Uova 1
Parmigiano reggiano grattugiato 150 grammi
Burro 30 grammi
Sale q.b.
Noce moscata grattugiata q.b.

In macelleria chiedete di macinarvi due volte ed insieme la carne di vitello e di maiale e la salsiccia.
Fatevi poi macinare a parte e sempre insieme il prosciutto e la mortadella.

Fate sciogliere il burro in una casseruola (senza bruciarlo!) e quindi uniteci il maiale ed il vitello macinati e fate cuocere cinque minuti a fuoco basso.
Un minuto prima della fine della cottura salate e, terminata la cottura, eliminate il liquido che si sarà formato.
Mettete in una ciotola o in altro contenitore idoneo: la carne cotta, il prosciutto e la mortadella macinati, il parmigiano, il pane grattugiato e l’uovo.
Salate, aggiungete la noce moscata ed amalgamate bene il tutto riponendolo poi coperto in frigorifero.

Preparate la pasta all’uovo  che poi tirerete con il mattarello o la macchina apposita.

Lasciate riposare la sfoglia almeno 10 minuti coperta da un canovaccio.
Quindi tagliatela a quadri di 4 centimetri per lato, mettete al centro un po’ del ripieno e create i tortellini seguendo questa tecnica:
– formate un triangolo
– piegate il triangolo usando la mano destra attorno all’indice della mano sinistra
– unite i due angoli sino a farli combaciare e premete forte.

forma-tortellini

Disponete i tortellini su un piano leggermente infarinato e distanziati l’uno dall’altro e lasciateli asciugare minimo 12 ore prima di cucinarli.

IL MANIFESTO DELLA CUCINA FUTURISTA (Gazzetta del Popolo di Torino, 28 agosto 1930)

Il Futurismo italiano, padre di numerosi futurismi e avanguardisti esteri, non rimane prigioniero delle vittorie mondiali ottenute “in venti anni di grandi battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue” come le chiamò Benito Mussolini.
Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina. Fra tutti i movimenti artistici letterari è il solo che abbia per essenza l’audacia temeraria.
Il novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due futurismi di destra moderatissimi e pratici.
Attaccati alla tradizione, essi tentano prudentamente il nuovo per trarre dall’una e dall’altro il massimo vantaggio.

Contro la pastasciutta Il Futurismo è stato definito dai filosofi “misticismo dell’azione”, da Benedetto Croce “antistoricismo”, da Graça Aranha “liberazione dal terrore estetico”, da noi “orgoglio italiano novatore”, formula di “arte-vita originale”, “religione della velocità”, “massimo sforzo dell’umanità verso la sintesi”, “igiene spirituale”, “metodo d’immancabile creazione”, “splendore geometrico veloce”, “estetica della macchina”. Antipraticamente quindi, noi Futuristi trascuriamo l’esempio e il mònito della tradizione per inventare ad ogni costo un nuovo giudicato da tutti pazzesco. Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia. Consultiamo in proposito le nostre labbra, la nostra lingua, il nostro palato, le nostre papille gustative, le nostre secrezioni glandolari ed entriamo genialmente nella chimica gastrica. Noi futuristi sentiamo che per il maschio la voluttà dell’amare è scavatrice abissale dall’alto al basso, mentre per la femmina è orizzontale a ventaglio. La voluttà del palato è invece per il maschio e per la femmina sempre ascensionale dal basso all’alto del corpo umano. Sentiamo inoltre la necessità di impedire che l’Italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll’italiana, snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio, tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio. Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante, noi futuristi dopo avere agilizzato la letteratura mondiale con le parole in libertà e lo stile simultaneo, svuotato il teatro della noia mediante sintesi alogiche a sorpresa e drammi di oggetti inanimati, immensificato la plastica con l’antirealismo, creato lo splendore geometrico architettonico senza decorativismo, la cinematografia e la fotografia astratte, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce. Crediamo anzitutto necessaria:
a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. Un intelligentissimo professore napoletano, il dott.Signorelli, scrive: “A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”.
Invito alla chimica La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento. Perchè opporre ancora il suo blocco pesante all’immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani o archeologi. Ricordatevi poi che l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso.

b) L’abolizione del volume e del peso nel modo di concepire e valutare il nutrimento.

c) L’abolizione delle tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e altri cuochi futuristi.

d) L’abolizione del quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato. Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro. Oggi per duemila kilowatt occorre soltanto un operaio. Le macchine costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale. Questo, essendo ridotto a due o tre ore, permette di perfezionare e nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi perfetti. In tutti i ceti i pranzi saranno distanziati ma perfetti nel quotidianismo degli equivalenti nutritivi.

Il pranzo perfetto esige:
1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.
2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il “Carneplastico”
Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finché è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passati al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca.)
Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).
3. L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.
Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore furista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.
Equatore + Polo Nord Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore furista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.
4. L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.
5. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.
6. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.
7. L’abolizione dell’eloquenza e della politica a tavola.
8. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.
9. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.
10. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.
11. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poiché molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe ecc.; apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p.es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.

Strudel di mele

Lo strudel di mele, noto anche come apfel strudel … una delizia che viene da molto lontano come ci racconta la sua storia.

INGREDIENTI per 6 persone

Un disco di pasta  di almeno 40 cm di diametro
Mele renette 1 chilo
Uva sultanina 100 grammi
Pinoli 100 grammi
Burro 150 grammi
Zucchero semolato 120 grammi
Rhum 1 bicchierino
Pane grattugiato 50 grammi
Limone medio 1
Cannella in polvere 2 cucchiai
Zucchero a velo q.b.

Preparate la pasta (pasta matta, pasta sfoglia o pasta frolla) secondo la ricetta.

Mentre la pasta riposa mettete l’uva sultanina nel rhum che avrete intiepidito a bagnomaria.
Tostate il pane grattugiato in una padella con due terzi del burro e lo zucchero facendo “biscottare” il tutto sino ad ottenere un bel color oro.
Terminata la biscottatura aggiungete la buccia grattugiata del limone, la cannella, i pinoli e mescolate.
Pulite le mele e tagliatele a fette non molto spesse.
Stendete la sfoglia abbastanza sottile e formate un rettangolo.
Spennellatene l’interno con burro fuso a bagnomaria e distribuite, con cura ed uniformemente, lasciando almeno un dito per lato di pasta “libera”, metà del composto di pane, l’uvetta che avrete scolato, le mele e concludete con l’altra metà del composto di pane.
Avvolgere nel senso della lunghezza il rettangolo dopo aver spennellato con del bianco d’uovo le parti di pasta “libera” (farà da collante) e saldando le parti stesse premendo con le dita.
Un ottimo sistema é mettere la sfoglia prima di farcirla su un foglio di carta da forno che vi sarà utilissima per arrotolare la sfoglia agendo lentamente sul foglio.
Riuscirete nell’operazione senza rompere la pasta.
Mettere quindi lo strudel di mele sulla leccarda del forno preriscaldato a 180°C e fate cuocere per circa 40 minuti.
Fatelo  intiepidire e servitelo dopo averlo spolverato di zucchero a velo.