Prodotti a marchio del supermercato: qualità, convenienza e verità nascoste

Ci siamo passati tutti. Davanti allo scaffale ci sono due pacchi di biscotti molto simili: uno porta il nome di una marca che conosciamo da sempre, l’altro quello del supermercato e costa magari un euro in meno. A quel punto parte il piccolo dibattito interiore: sarà buono? Sarà la stessa cosa? Avranno risparmiato sugli ingredienti? Oppure sto pagando la pubblicità dell’altro?

La risposta più corretta, e anche la meno spettacolare, è: dipende.

I prodotti a marchio del supermercato non sono automaticamente né affari imperdibili né versioni povere di quelli più famosi. Alcuni sono ottimi, altri dignitosi, altri ancora non ci faranno venire voglia di ricomprarli. Esattamente come succede con i prodotti di marca.

La vera differenza è che, se impariamo a leggere poche informazioni utili e a confrontare ciò che conta davvero, possiamo spendere meglio senza trasformare la spesa settimanale in un esame universitario.

Chi produce davvero i prodotti del supermercato
Il supermercato mette il proprio nome sulla confezione, ma naturalmente non possiede un pastificio, un caseificio, un biscottificio, una fabbrica di conserve e magari anche un allevamento di salmoni dietro il parcheggio.

La produzione viene affidata ad aziende alimentari che realizzano il prodotto secondo le caratteristiche richieste dalla catena.

Alcune lavorano soprattutto per la grande distribuzione.
Altre sono aziende conosciute che producono contemporaneamente alimenti con il proprio marchio e prodotti destinati ai supermercati.

È per questo che ogni tanto, leggendo la confezione, si scopre che i biscotti della catena sono stati prodotti nello stesso stabilimento di biscotti ben più famosi oppure che uno yogurt arriva da un grande produttore nazionale.

A questo punto nasce immediatamente la leggenda: “Ecco! Sono identici e quello di marca costa il doppio”.
Piano.
Possono essere molto simili. Possono perfino essere quasi uguali. Ma lo stesso stabilimento non garantisce affatto che dentro le due confezioni ci sia lo stesso prodotto.
Una fabbrica può preparare ricette diverse per clienti diversi. Può cambiare la percentuale di cacao, il tipo di grasso, la quantità di frutta, la provenienza di una materia prima o perfino dimensioni e tempi di lavorazione.

Pensiamo a una cucina di casa.  Con lo stesso forno possiamo fare due torte completamente diverse. Il forno resta quello, la torta no.

Lo stabilimento, quindi, è un indizio interessante. Non è la prova definitiva.

Perché costano meno
La domanda successiva è inevitabile: se non sono necessariamente peggiori, perché molti prodotti del supermercato costano meno?

Una parte della risposta è piuttosto semplice.

Un grande marchio deve farsi conoscere, mantenere la propria notorietà, pubblicizzare i prodotti, sostenere campagne promozionali e gestire una rete commerciale. Il supermercato, invece, ha già una cosa piuttosto importante: il supermercato.

Lo scaffale è suo, il cliente è già lì e il prodotto con il marchio della catena non deve conquistarsi uno spazio in televisione prima di arrivare nel nostro carrello.
Questo può ridurre alcuni costi senza che sia necessario ridurre la qualità dell’alimento.

Ma attenzione anche all’eccesso opposto. Non tutti i prodotti costano meno soltanto perché “non paghiamo la pubblicità”.
A volte la ricetta è effettivamente più semplice oppure utilizza ingredienti meno costosi.
Ancora una volta bisogna guardare il singolo prodotto.

Un prezzo più basso è un vantaggio solo se quello che compriamo ci soddisfa. Un biscotto economicissimo che nessuno in casa vuole mangiare non è un affare: è un futuro abitante della dispensa.

L’etichetta racconta più della confezione
La parte anteriore delle confezioni è bravissima a sedurci.
Campi di grano, cucchiai di miele che scendono lentamente, nocciole perfette, pomodori che sembrano appena raccolti dall’orto della nonna e montagne che probabilmente non hanno mai visto neppure da lontano lo stabilimento di produzione.

Le informazioni più utili, invece, stanno spesso sul retro.
Non serve leggere ogni etichetta dalla prima all’ultima parola. Dopo un po’ si impara a cercare ciò che conta per quella particolare categoria di prodotto.

Prendiamo una confettura. Una delle prime cose interessanti è la quantità di frutta utilizzata.
In una crema alle nocciole guarderemo soprattutto quante nocciole ci sono e quali grassi vengono usati.
In uno yogurt alla frutta può essere utile sapere quanta frutta contiene realmente.
In un pesto alla genovese interessano basilico, formaggi, olio e frutta secca molto più del disegno del mortaio sulla confezione.
Nel ragù pronto possiamo controllare la quantità di carne.
Nei biscotti, invece, può avere senso confrontare burro o altri grassi, cacao, cioccolato, frutta secca e zuccheri.

Gli ingredienti sono elencati a partire da quello presente in quantità maggiore. Già questo aiuta parecchio.
Se due prodotti sembrano identici ma uno ha lo zucchero tra i primissimi ingredienti e l’altro presenta una composizione diversa, abbiamo scoperto qualcosa di più utile del nome stampato a caratteri cubitali sul davanti.

Non bisogna però diventare schiavi dell’etichetta. La lista degli ingredienti ci aiuta a capire il prodotto, non può dirci se ci piacerà.
Per quello, purtroppo o per fortuna, bisogna assaggiare.

I prodotti semplici sono più facili da confrontare
Con alcuni alimenti il confronto è abbastanza immediato.
Zucchero, farina, legumi secchi, riso, alcuni cereali e conserve molto semplici hanno pochi ingredienti e lasciano meno spazio alle acrobazie della ricetta.
Non significa che siano tutti uguali.
Due farine possono comportarsi diversamente in un impasto. Due scatole di ceci possono avere consistenze differenti. Una passata può essere più dolce, più acida, più liquida o più concentrata di un’altra.
Ma qui il giudizio può essere molto concreto.

Compriamo una confezione di ceci a marchio del supermercato.
Li apriamo, li assaggiamo, li mettiamo nell’insalata o nella minestra che prepariamo normalmente.
Se sono buoni, hanno la consistenza che ci piace e costano meno, il problema è praticamente risolto.
Non occorre convocare una commissione.

Con i prodotti più elaborati, invece, serve qualche attenzione in più.
Una maionese, un pesto genovese, un gelato, una pizza surgelata o un piatto pronto possono cambiare molto anche quando sembrano simili.

Due pizze Margherita, per esempio, possono avere la stessa fotografia rassicurante sulla scatola e poi comportarsi in forno in modo completamente diverso.
Una resta morbida e ben condita, l’altra sembra aver ricevuto la mozzarella per posta.

Qui ingredienti, quantità della farcitura e prova pratica contano molto più del marchio.

Il prezzo della confezione può ingannare
Una delle trappole più semplici del supermercato non ha niente di misterioso: sono i formati diversi.
Vediamo un pacco a 2,20 euro e quello accanto a 2,80. Istintivamente il primo sembra più conveniente.
Poi scopriamo che il primo contiene 350 grammi e il secondo 500.
A quel punto entra in scena una piccola scritta che meriterebbe molta più attenzione: il prezzo al chilo o al litro.
Un prodotto da 350 grammi che costa 2,20 euro viene circa 6,29 euro al chilo. Quello da 500 grammi a 2,80 euro costa 5,60 euro al chilo.

La confezione più cara alla cassa è quindi quella che costa meno in proporzione.
Controllare il prezzo per unità di misura è particolarmente utile quando confrontiamo marca nota e marchio del supermercato, ma anche quando ci troviamo davanti a promozioni e formati speciali.

Il cartello “offerta” ha un grande potere psicologico. Appena lo vediamo, una parte del cervello decide che dobbiamo approfittarne prima che qualcuno ci porti via l’ultimo pacco di penne rigate.
E invece no.
Durante una promozione il prodotto di marca può effettivamente diventare più conveniente di quello del supermercato. Oppure può continuare a costare di più nonostante il cartello rosso.

Il prezzo al chilo mette fine alla discussione in pochi secondi.

Le confezioni grandi non sono sempre un affare
Anche il formato famiglia merita un momento di riflessione.
Comprare una confezione più grande può essere conveniente se il prodotto viene consumato regolarmente e si conserva bene.

Se in casa si mangia molta pasta, il formato grande difficilmente creerà problemi. Se invece viviamo soli e compriamo una confezione gigantesca di qualcosa che va consumato entro pochi giorni dall’apertura, il risparmio potrebbe diventare teorico.

Il prodotto meno caro è quello che mangiamo, non quello che buttiamo.
Vale soprattutto per alimenti freschi, salse, formaggi, salumi, yogurt, pasta fresca e confezioni multiple.

Le offerte del tipo “tre confezioni al prezzo di due” sono interessanti solo se quelle tre confezioni ci servono davvero.
La quarta mozzarella dimenticata in fondo al frigorifero non conosce il concetto di convenienza.

Le linee economiche e quelle di fascia alta
Una volta il prodotto a marchio del supermercato era facilmente riconoscibile: confezione semplice, prezzo basso e poche pretese.
Oggi non è più così.
Le catene hanno spesso diverse linee: quella economica, quella standard, quella biologica, quella dedicata ai prodotti regionali e magari una gamma più raffinata.
Questo significa che anche all’interno dello stesso supermercato possiamo trovare due biscotti con il marchio della catena e prezzi molto diversi.

Le linee più costose vanno giudicate esattamente come le altre.
Se un prodotto costa di più, cerchiamo di capire perché.

Contiene una quantità maggiore dell’ingrediente principale?  Usa una materia prima particolare?
Ha una denominazione protetta?  Proviene da una zona precisa?
La lavorazione è diversa?  Oppure la confezione è semplicemente più elegante?

A volte il prezzo superiore è perfettamente giustificato.
Altre volte la differenza è molto meno evidente.
La parola “selezione”, da sola, non ha ancora migliorato nessun sugo.

Origine, bandiere e suggestioni
Anche l’italianità merita attenzione.
La bandiera tricolore sulla confezione colpisce subito, ma può riferirsi a cose differenti: luogo di produzione, origine della materia prima oppure semplicemente immagine scelta per presentare il prodotto.

Se per noi l’origine è importante, bisogna cercare l’indicazione precisa.
Un alimento può essere prodotto in Italia utilizzando materie prime provenienti da altri Paesi. Non significa automaticamente che sia peggiore: significa semplicemente che sono due informazioni diverse.

Lo stesso vale per immagini di cascine, montagne, campi e paesaggi regionali.
La confezione racconta una storia. L’etichetta ci dice che cosa stiamo comprando.

Il produttore può cambiare**
C’è poi un particolare che può sorprendere chi compra da anni lo stesso prodotto del supermercato.
Il fornitore può cambiare.

La confezione può restare quasi identica mentre cambia lo stabilimento che realizza il prodotto. In alcuni casi può cambiare anche la ricetta.

Ecco perché ogni tanto conviene rileggere l’etichetta anche di ciò che acquistiamo abitualmente.

Se i biscotti che adoravamo sembrano improvvisamente diversi, se la passata è diventata più liquida o lo yogurt ci pare più dolce, non è detto che siamo diventati improvvisamente difficili.
Può essere cambiato qualcosa davvero.

Naturalmente succede anche con le marche più famose, che possono modificare ricette e ingredienti. Ma con il marchio del supermercato il produttore è meno evidente e il cambiamento può passare inosservato.

La prova decisiva resta la cucina
Possiamo studiare ingredienti, confrontare prezzi e scoprire lo stabilimento di produzione, ma alla fine arriva sempre il momento della verità: dobbiamo mangiare quello che abbiamo comprato.
E qui nessuna tabella può sostituire il nostro gusto.

La pasta più conveniente del reparto può diventare la nostra preferita oppure sembrarci troppo morbida. Una passata economica può fare un sugo eccellente.
Un burro più caro può essere davvero migliore sul pane e non cambiare quasi nulla nella torta della domenica.

Il risultato va valutato anche in base all’uso.
Se compriamo una farina soprattutto per fare la focaccia, deve funzionare bene per la focaccia.
Se usiamo i pomodori pelati quasi esclusivamente per preparare il ragù, quello è il banco di prova.
Se uno yogurt finisce ogni mattina nella colazione, deve essere buono ogni mattina e non soltanto avere un’etichetta impeccabile.

La qualità pratica è anche questa: ottenere il risultato che vogliamo.

Da dove cominciare per spendere meglio
Non serve rivoluzionare il carrello in una sola spesa.
Anzi, cambiare contemporaneamente quindici prodotti sarebbe il modo migliore per non capire più che cosa ci è piaciuto e che cosa no.
Meglio procedere poco alla volta.
Possiamo partire dagli alimenti che compriamo più spesso. Pasta, passata, latte, yogurt, biscotti, legumi, surgelati o conserve, naturalmente secondo le abitudini di casa.

Se risparmiamo trenta centesimi su qualcosa che acquistiamo ogni settimana, alla fine dell’anno la differenza esiste.
Risparmiare due euro su un prodotto che compriamo una volta ogni otto mesi è piacevole, ma non cambierà il bilancio familiare.

Una buona prova consiste nel sostituire un solo prodotto abituale con quello del supermercato e usarlo normalmente.
Se ci piace allo stesso modo, abbiamo trovato un’alternativa.
Se ci piace meno ma costa molto meno, possiamo decidere se la differenza di prezzo compensa quella di gusto.
Se non ci piace affatto, fine dell’esperimento.
Nessuno ci obbliga a mangiare biscotti tristi per difendere il bilancio domestico.

La spesa migliore è quasi sempre mista

Alla fine si scopre spesso che il carrello ideale non appartiene a nessuna squadra.

Avremo magari una pasta di marca alla quale non vogliamo rinunciare, i pomodori pelati del supermercato perché sono ottimi, un caffè più costoso perché la differenza si sente davvero, i legumi della linea economica perché fanno perfettamente il loro lavoro e uno yogurt comprato soltanto quando è in promozione.
Ed è normalissimo.

Il problema nasce quando scegliamo per abitudine senza più confrontare nulla.
Il marchio famoso non garantisce automaticamente il prodotto migliore.
Il marchio del supermercato non garantisce automaticamente il risparmio.
La confezione grande non garantisce convenienza.
L’offerta non garantisce il prezzo più basso.

Sono proprio questi piccoli automatismi che fanno spendere più del necessario.
Dopo qualche tempo bastano pochi secondi per evitarli: uno sguardo al prezzo al chilo, uno agli ingredienti davvero importanti e, se il prodotto è nuovo, una prova.
Poi si torna a fare la spesa, non un’indagine della polizia scientifica.

Conclusione
I prodotti a marchio del supermercato possono essere un ottimo modo per ridurre la spesa senza rinunciare alla qualità, ma vanno scelti uno per uno.
Sapere chi li produce è interessante, anche se lo stesso stabilimento non significa automaticamente stessa ricetta.
Il prezzo al chilo aiuta a smascherare le false convenienze, l’etichetta permette di confrontare ciò che conta davvero e l’assaggio completa il lavoro.
Alla fine la regola più utile è molto semplice: pagare di più quando ne vale la pena e risparmiare quando la differenza esiste soltanto sulla confezione.

La spesa

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