Luoghi di … vini: il Monferrato

monferrato

 

Beh, parlando di Luoghi di…vini non poteva certo mancare il Monferrato (nome locale Monfrà), l’immenso territorio (2.500 Km²) compreso tra le Province di Alessandria ed Asti, che si estende dalla destra idrografica del Po all’Appenino Ligure sino a sfiorare le Provincie di Genova e Savona e che confina con altre pregiate zone piemontesi quali le Langhe ed il Roero.
Nel 2014 è stato  incluso nella lista UNESCO dei beni del Patrimonio dell’Umanità.
L’origine del nome del Monferrato non è certa ma è basata principalmente su due teorie.
La prima vuole che derivi da una leggenda su Aleramo che un giorno di passaggio in questi territori ebbe necessità di ferrare il cavallo ma, non trovando ferri, usò un mattone. Da lì ebbe origine la frase “ferrato con un mattone” che in dialetto locale suona come “mun ferrha”.
A me pare una teoria ardita mentre trovo affidabile e credibile quella che sostiene il nome derivi dal latino “mons ferax” ovvero “monte fertile”.
Il vasto territorio del Monferrato viene suddiviso in tre parti:
Basso Monferrato (o Casalese): composto dalla parte di Provincia di Alessandria che gravita intorno a Casale Monferrato e delimitato a nord e ad est dal Po e dal Tanaro ed i cui centri principali sono Casale Monferrato, Fubine, Lu Monferrato, Murisengo, Pontestura, San Giorgio Monferrato, San Salvatore Monferrato e Vignale Monferrato;
Monferrato Astigiano (o Basso Monferrato Astigiano): esteso a tutta la Provincia di Asti (fatta eccezione per la Langa astigiana) i cui centri principali sono Asti, Castellero, Costigliole d’Asti, Casorzo, Castagnole Monferrato, Castelnuovo Don Bosco, Canelli, Cocconato, Cortanze, Moncalvo, Nizza Monferrato e Montemagno;
Alto Monferrato: che va dalla Val Bormida sino all’Appennino Ligure ed i cui centri principali sono Acqui Terme, Molare, Ovada, Ponsone, Rocca Grimalda, Spigno Monferrato ed Altare.
La Storia del Monferrato si mescola alla leggenda che vede i genitori di Aleramo arrivare a Sezzadio verso il 900 per una sosta durante un pellegrinaggio votivo. Durante tale sosta nacque Aleramo ma i suoi genitori morirono subito dopo per cui il bimbo venne preso sotto tutela dai nobili locali.
Cresciuto quindi in ambiente nobile Aleramo si fece notare dall’Imperatore Ottone I il quale lo nominò suo cavaliere particolare e mescitore di vini. Durante il soggiorno alla Corte accadde che Aleramo ed Alasia (la bellissima figlia di Ottone) si innamorassero e, dato che l’Imperatore osteggiava l’unione, i due fuggirono insieme nascondendosi vicino a Pietra Ardena dove Aleramo iniziò l’attività di carbonaio riuscendo poi a farsi assumere come soldato dal Vescovo ed andando poi a combattere per Ottone (di cui il vescovo era Vassallo) a Brescia facendosi notare per eroismo e coraggio.
L’Imperatore lo perdonò e gli fece dono di un territorio di “marca” ovvero della porzione di terra che Aleramo fosse riuscito a marcare a cavallo in tre giorni. Quella porzione di territorio era appunto il Monferrato consegnato con la descrizione “tutte le terre dal fiume Tanaro al fiume Orba e fino alle rive del mare” come si legge sul documento del 21 marzo 967 firmato da Ottone I.
Aleramo morì dopo soli tre anni ed il territorio passò ai suoi eredi (gli Aleramici) in cui possesso rimase sino al 1305. Dal 1306 al 1533 il Monferrato fu sotto il dominio dei Paleologi, l’ultima Famiglia che governò l’Impero Bizantino, per poi cadere sotto il dominio spagnolo ma per pochi anni, ovvero sino al 1536 quando i Gonzaga divennero Signori del territorio dove rimasero sino al 1708 anche se una parte era passata nel frattempo (1631) ai Savoia che in seguito (nel 1708 appunto) se ne impadronirono totalmente.
Una vera curiosità è relativa alle città di Asti e di Chivasso. La prima, che tutti da sempre considerano il cuore del Monferrato, in realtà non appartenne mai al Marchesato, anzi, ne era acerrima nemica, mentre la seconda, benché sia stata capitale del Marchesato stesso, oggi non fa parte del territorio geografico.
Dal punto di vista architettonico tutto il Monferrato è costellato di chiese, palazzi e castelli molti dei quali risalenti già all’anno 1000 e ben conservati. Elencarli qui sarebbe davvero “tanta roba” ma chi vorrà fare un viaggio nella zona avrà modo di constatare di persona quante e quali siano le meraviglie di ogni epoca (romanica, gotica, rinascimentale e barocca).
Quello che tutti, in tutto il Mondo, conoscono di questo territorio è l’immensa cultura vitivinicola privilegiata dal clima secco continentale della zona.
Mai visti concentrati in un solo territorio tanti vini DOC e DOCG …
Asti spumante, Barbera d’Asti e Barbera del Monferrato, Bracchetto d’Acqui, Cortese di Gavi, Dolcetto d’Acqui e Dolcetto di Ovada, Freisa d’Asti, Grignolino d’Asti e Grignolino del Monferrato Casalese, Malvasia di Casorzo e Malvasia di Castelnuovo Don Bosco, Rubino di Cantavenna, Ruché di Castagnole Monferrato … tanto per nominarne alcuni …
Ma, com’è di moda dire oggi … “non solo … vino” … che dire della frutta, delle nocciole, dei formaggi e di sua Maestà il tartufo bianco, e della Gastronomia con gli agnolotti al plin, i tajarin, la bagna càuda, il vitello tonnato, il fritto misto alla piemontese, la panna cotta, il bonet?
Insomma direi che il Monferrato non è solo un luogo di…vino ma è anche un … divino luogo.

Altri luoghi di … vini
Alba
Cinque Terre
Montepulciano
San Gimignano

Luoghi di … vini: Montepulciano

1362943

Arroccata a 600 metri sul livello del mare, in cima ad una collina immersa nello splendido paesaggio toscano nellimpagabile provincia di Siena, con ai lati la Val dOrcia e la Valdichiana, sorge la splendida Montepulciano luogo di vino tra i più famosi nel Mondo.

Furono gli Etruschi a darle vita nel IV secolo a.C. e, secondo la leggenda, fu Porsenna, quel Re Etrusco alleato, si dice in unaltra leggenda, di Tarquinio il Superbo e che osò” attaccare Roma e prese possesso del Gianicolo

Vabbe’ … torniamo in tema anche perché, Porsenna o no, Montepulciano è stata dominata dai Romani i quali, vista la sua posizione dominante, ne fecero sede dellesercito che doveva difendere le strade consolari circostanti.

I suoi abitanti si chiamano montepulcianesi, no montepulcianini, ma no cosa dico, si chiamano montepulcini uff ho sbagliato tutto si chiamano poliziani.
Sì, Poliziani, perch
é il nome di Montepulciano è composto dalle parole mons (monte) e policiano, (poi polcianoo e quindi pulciano) dallEtrusco purth (condottiero, dittatore, magistrato).
Anche il nome, anzi, il soprannome di Porsenna, che in realt
à si chiamava Lucumone di Chiusi, deriva da purth.

Nel XIV Secolo intorno al borgo vennero costruite possenti mura e Montepulciano assunse la caratteristica forma ad S che conserva tuttora.

Combattente e con vocazione fortissima allindipendenza che si poteva ampiamente permettere in quanto ricchissima e colta, entrò nelle mire prima della Repubblica di Siena poi di Firenze con vicende alterne e lotte stremanti sia da parte degli invasori che dei Poliziani e durate secoli.

Ma le lotte erano anche interne perché le ricche Famiglie locali ambivano al dominio come duso nelle Società umane di ogni tempo … hainoi …
Una di queste Famiglie, quella Del Pecora, ebbe la meglio sulle altre nel 1300 e divenne la Famiglia dei Signori di Valiano e dei Tiranni di Montepulciano.

Nel 1390 venne stretta unalleanza con Firenze che aveva bisogno di un insediamento altamente strategico per controllare Siena.
Fu all
inizio di questo periodo che Montepulciano conobbe uno splendore politico, culturale ed artistico, che perdurò sino alla metà del Cinquecento grazie a personaggi di caratura elevatissima quali il poeta Angelo Poliziano, gli architetti Antonio da Sangallo, Jacopo Barozzi (il Vignola), Baldassarre Peruzzi ed Ippolito Scala che disegnarono magnificenze architettoniche quali case patrizie e chiese che resero stupendo il centro cittadino.

Nel 1559 Montepulciano perse molta rilevanza a causa del Principato Mediceo che aveva sottomesso la vicina Siena, ma restò la splendente dimora di famiglie prestigiose da cui nacquero artisti, letterati, generali, un Papa e molti Cardinali.
I Nobili, i Tarugi, i Contucci, i Bellarmino, i Ricci, i Cervini, i Benci, i Cini ed i Cocconi.
Dalla Famiglia Ricci proviene Giovanni, divenuto Cardinale e che ottenne da Papa Pio IV l
assegnazione di una Sede episcopale e la concessione del titolo di Città per il borgo.
Morto il Cardinal Ricci salì al potere una donna, la Granduchessa Cristina di Lorena che
regnò” sino alla morte, avvenuta nel 1636.
Cristina di Lorena fu, tra l
artefice della bonifica della Valdichiana che permise lespandersi dellagricoltura e lo sviluppo riorganizzato dei commerci.
Ci
ò fece di Montepulciano, allepoca dellUnità d’Italia, il più importante centro di commercio agricolo della zona.

Oggi Montepulciano è visitata ogni anno da migliaia di turisti provenienti da tutto il Mondo attratti sia dalla sua bellezza architettonica, che dalleccellente tradizione vitivinicola e gastronomica.

Tra le mète che consiglio c’è prima di tutto la Chiesa di San Biagio, praticamente unica nel suo genere.
Costruita nel Rinascimento sorge ai piedi della collina di Montepulciano, isolata ed in mezzo ad un prato, splendida espressione dell
architettura rinascimentale.

Salendo la collina ecco aprirsi la città con il Duomo costruito tra il 1594 ed il 1680 e sorto sulle rovine di unantica pieve di cui possiamo ancora ammirare limponente torre campanaria ed alcune opere darte custodite allinterno.

Innumerevoli opere di architettura sacra punteggiano la città: la Chiesa del Gesù (fine 1600), il Convento di San Francesco (1200), lOratorio di San Giovanni Battista in Poggiolo (1200), la Chiesa di Santa Lucia (metà del 1600), la Chiesa di Santa Maria deServi (1300), quella di Santa Maria delle Grazie (1600), di SantAgnese (13400), SantAgostino (1200) ed il Convento di San Bernardo (seconda metà del 1500).

Uno scrigno insomma, dentro al quale potremo apprezzare pregevoli Palazzi e costruzioni quali lo splendido e candido Palazzo Nobili Tarugi (1500), Palazzo Bucelli con iscrizioni etrusche alla base, la Torre dellOrologio detta anche Torre del Pulcinella per laspetto della statua in legno che batte le ore, Palazzo Cervini fatto iniziare da Cardinal Marcello Cervini divenuto poi Papa Marcello II e tristemente noto per essere tra i 10 Papi dal più breve pontificato (al sesto posto con 22 giorni), Palazzo Gagnoni noto anche come Grugni Onetti e tanti, tanti altri tra cui cito solo, per motivi di spazio, la Casa natale del poeta Poliziano e la Fortezza (Castrum Politianum).

Ovviamente, vista la posizione geografica di Montepulciano, non bisogna trascurare il paesaggio collinare tempestato di boschi di pini silvestri, lecci e castagni, affascinanti ondulazioni dargilla e gli immancabili cipressi toscani.

Paesaggi idilliaci che offrono allo sguardo i famosi vigneti, presenti sin da epoca etrusca e producenti già dal Medioevo (la prima testimonianza scritta risale al 789) vini straordinari.

Ne fu testimone anche il medico naturalista e poeta Francesco Redi che nel suo Bacco in Toscana chiama il vino del luogo manna” ed afferma entusiasta Montepulciano dogni vino è Re!”.

Luogo di vino dunque che ci regala tre nettari degli dei: il Vino Nobile DOCG, il Rosso DOC ed il Vin Santo.

Altri luoghi di … vini
Alba
Cinque Terre
Monferrato
San Gimignano

Un po’ di “bon ton”: apparecchiare la tavola

Ricette, trucchi, consigli, Storia, vini … lo scibile Enogastronomico  in questo Blog é servito da ormai più di un anno e seguiranno tante altre portate nel tempo a venire.

Siamo in grado di preparare pasta all’uovo fatta in casa, di sapere quando sono nati i tortellini, di conversare parlando di Cucina degli Antichi Romani o di Cucina regionale, di dolci  … ma … tutto ciò trova la sua espressione migliore se abbiamo ospiti. E allora invitiamo i nostri amici, i colleghi, il Capo … facile no?

Ore passate al Mercato per fare la spesa, acquistare i tagli di carne bovina più idonei alle ricette che vogliamo preparare … una giornata, se non due, in cucina a tagliare, spianare, impastare, soffriggere, mantecare, sbattere, farcire ... per preparare antipasti, timballi, arrosti, desserts … mezza giornata passata in Enoteca a scegliere i vini … e finalmente si arriva alla fine delle fatiche per servire caldi, tiepidi o freddi i frutti della nostra abilità.

Servire? Servire dove? Ma su una tavola degnamente apparecchiata, ovvio … come non averci pensato … tutta quella fatica e tutto quellamore devono avere come cornice un servizietto all’americana, due posate ed un bicchiere?
Niente affatto, la nostra fatica merita una scenografia degna!

Da una tavola apparecchiata si vedono anche lo stile ed il carattere della padrona di casa per cui non fatevi influenzare da quello che avete visto in tivù al “Grand Royale Restaurant du Marquise Grand Uff Ciambellan” la settimana scorsa. A quel punto meglio copiare dalla Trattoria “Magnamose tutto” e sarà tutto meno formale ma più personale.
Ricordiamoci una regola base: non siamo un ristorante per cui leccessiva ricercatezza sarebbe fuori luogo.

Prima di tutto la tavola deve essere abbastanza grande perchè ogni persona si possa muovere con facilità ma … non troppo grande per non tenere distanti gli ospiti e rendere difficile la conversazione. Quindi attenzione al numero delle persone che inviterete.

Prima di disporre la tovaglia sarebbe opportuno coprire il tavolo con un mollettone, sia per proteggerlo dal calore e dalle macchie che per attenuare il rumore delle stoviglie.

La tovaglia deve ricadere oltre i bordi del tavolo di 15 centimetri, non di meno perchè si avrebbe l’effetto “a colletto di camicia” e non di più perchè finirebbe sulle gambe dei commensali creando problemi con il tovagliolo. In più, se troppo lunga, potrebbe rimanere “incastrata” in qualche modo tra le gambe con il rischio di rovinosi trascinamenti all’atto di alzarsi.
Può essere di cotone o lino, in tinta unita o fantasia. Lunica cosa a cui bisogna fare attenzione é che i colori siano coordinati con le stoviglie e che il colpo docchio non sia troppo violento (tovaglia rossa e piatti arancio, ad esempio). La perfezione sarebbe avere la tovaglia con toni molto più leggeri di quelli delle stoviglie (azzurro pallido con stoviglie blu). Se si può evitiamo il bianco totale. La tovaglia bianca vuole piatti colorati.

I piatti potranno essere o meno posati sui sottopiatti, altrimenti saranno messi al posto del commensale non più di tre alla volta (antipasto, primo, secondo). Se hanno un disegno solo su una parte lo stesso dovrà essere posizionato in modo da essere di fronte al commensale.

Le posate saranno disposte così: alla sinistra del piatto le forchette con i rebbi verso lalto, avendo cura di disporle dallesterno verso linterno nell’ordine in cui verranno usate. Si usano infatti partendo da quella più esterna e venendo avanti verso il piatto.

I coltelli saranno a destra con la lama verso il piatto ed anche per essi vale l’ordine in cui verranno usati.

Alla fine della fila di coltelli ci sarà  il cucchiaio con lincavo in su.

Ne’ le forchette ne’ i coltelli dovranno essere più di tre (evitare file da vetrina di armeria).

Le posate da frutta e quelle da dolce saranno invece disposte orizzontalmente al piatto. I manici della forchetta saranno verso sinistra, quelli del coltello e del cucchiaio (o cucchiaino) verso destra. Il coltello va messo tra forchetta e cucchiaio.
Anche per queste posate vale lallineamento secondo l’ordine duso.
La prima sarà  verso il centro del tavolo.

I bicchieri saranno leggermente a destra del piatto disposti in obliquo, (praticamente davanti alla punta del coltello più vicino al piatto).
Immediatamente adiacente al piatto avremo quello per lacqua. A lato, andando dal bordo del tavolo sino al centro, avremo nellordine: primo vino, secondo vino, terzo vino.
I bicchieri non dovranno essere più di quattro compreso quello dell’acqua.

Il tovagliolo si mette al centro del piatto.

I centrotavola … sono belli, danno il tocco finale alla nostra tavola apparecchiata ma … attenzione … che non siamo troppo alti per non ostacolare la vista.

Ora siamo pronti a ricevere i nostri ospiti … facciamoli accomodare. Come disporli?
Così:
Un po’ di “bon ton”: assegnare i posti a tavola

IL MANIFESTO DELLA CUCINA FUTURISTA (Gazzetta del Popolo di Torino, 28 agosto 1930)

Il Futurismo italiano, padre di numerosi futurismi e avanguardisti esteri, non rimane prigioniero delle vittorie mondiali ottenute “in venti anni di grandi battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue” come le chiamò Benito Mussolini.
Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina. Fra tutti i movimenti artistici letterari è il solo che abbia per essenza l’audacia temeraria.
Il novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due futurismi di destra moderatissimi e pratici.
Attaccati alla tradizione, essi tentano prudentamente il nuovo per trarre dall’una e dall’altro il massimo vantaggio.

Contro la pastasciutta Il Futurismo è stato definito dai filosofi “misticismo dell’azione”, da Benedetto Croce “antistoricismo”, da Graça Aranha “liberazione dal terrore estetico”, da noi “orgoglio italiano novatore”, formula di “arte-vita originale”, “religione della velocità”, “massimo sforzo dell’umanità verso la sintesi”, “igiene spirituale”, “metodo d’immancabile creazione”, “splendore geometrico veloce”, “estetica della macchina”. Antipraticamente quindi, noi Futuristi trascuriamo l’esempio e il mònito della tradizione per inventare ad ogni costo un nuovo giudicato da tutti pazzesco. Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia. Consultiamo in proposito le nostre labbra, la nostra lingua, il nostro palato, le nostre papille gustative, le nostre secrezioni glandolari ed entriamo genialmente nella chimica gastrica. Noi futuristi sentiamo che per il maschio la voluttà dell’amare è scavatrice abissale dall’alto al basso, mentre per la femmina è orizzontale a ventaglio. La voluttà del palato è invece per il maschio e per la femmina sempre ascensionale dal basso all’alto del corpo umano. Sentiamo inoltre la necessità di impedire che l’Italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll’italiana, snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio, tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio. Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante, noi futuristi dopo avere agilizzato la letteratura mondiale con le parole in libertà e lo stile simultaneo, svuotato il teatro della noia mediante sintesi alogiche a sorpresa e drammi di oggetti inanimati, immensificato la plastica con l’antirealismo, creato lo splendore geometrico architettonico senza decorativismo, la cinematografia e la fotografia astratte, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce. Crediamo anzitutto necessaria:
a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. Un intelligentissimo professore napoletano, il dott.Signorelli, scrive: “A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”.
Invito alla chimica La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento. Perchè opporre ancora il suo blocco pesante all’immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani o archeologi. Ricordatevi poi che l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso.

b) L’abolizione del volume e del peso nel modo di concepire e valutare il nutrimento.

c) L’abolizione delle tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e altri cuochi futuristi.

d) L’abolizione del quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato. Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro. Oggi per duemila kilowatt occorre soltanto un operaio. Le macchine costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale. Questo, essendo ridotto a due o tre ore, permette di perfezionare e nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi perfetti. In tutti i ceti i pranzi saranno distanziati ma perfetti nel quotidianismo degli equivalenti nutritivi.

Il pranzo perfetto esige:
1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.
2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il “Carneplastico”
Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finché è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passati al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca.)
Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).
3. L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.
Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore furista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.
Equatore + Polo Nord Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore furista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.
4. L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.
5. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.
6. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.
7. L’abolizione dell’eloquenza e della politica a tavola.
8. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.
9. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.
10. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.
11. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poiché molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe ecc.; apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p.es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.

L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana

Penserete sia impazzita ma rassicuro tutti … questa frase balzana non è mia e, ovviamente, non la condivido. Il “padre” di questa idea, che non esito a definire folle, é Filippo Tommaso Marinetti che, il 28 dicembre 1930, pubblicò il Manifesto della Cucina futurista.

Il Futurismo non era nato solo come un movimento che coinvolgeva tutte le forme di espressione artistica, ma “abbracciava” anche la Cucina.
Per Marinetti ed i suoi seguaci il peggior nemico da combattere in cucina era la pasta asciutta o, come la chiamava lui, l’alimento amidaceo.
Quando vi trovate davanti a dei bucatini all’amatriciana … delle profumate orecchiette alle cime di rapa o anche dei semplici spaghetti all’aglio e olio lo sapete che quegli “orrori” vi procureranno fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo?
Lo sapete che coniugare tra loro ingredienti in maniera tradizionale è monotono e stupido?
No eh? Ebbene sì, o almeno … così diceva Marinetti.
Ma le innovazioni non si limitavano solo al voler eliminare la pastasciutta, ma dettavano regole per un pranzo perfetto e, se molte cose possono oggi farci sorridere, alcune teorie, anche se spesso in maniera casuale e non in ossequio alle idee di Marinetti, sono state e sono applicate.
Ad esempio ormai é diffusa l’abitudine di una tavola apparecchiata non più con tovaglie e stoviglie monocolore neutro (bianco, beige, blu e marrone) ma colorata, viva, con forme varie e fantasiose.
C’é poi un’altra teoria di Marinetti con cui penso siamo tutti d’accordo: a tavola NON si parla di Politica!

Filippo Tommaso Marinetti organizzò la prima cena futurista a Torino l’8 marzo 1931 in un locale a cui diede il nome di “Taverna Santopalato”, gestito da Angelo Giachino, arredata dall’architetto Nicolay Diulgheroff e decorata dall’aeropittore Luigi Colombo.

Il menu prevedeva 14 portate dai nomi (che benevolmente chiamerò originali) quali Antipasto intuitivo, Brodo solare, Mare d’Italia, Pollofiat eCarneplastico.
Vediamoli alcuni dei piatti futuristi con tanto di descrizione (in corsivo le parole originali del Marinetti).
Antipasto intuitivo: cestini scavati nella buccia dell’arancio e ricolmi di salame di autentico porco e sott’aceti Cirio (in ossequio all’autarchia fascista), il tutto trafitto da piccoli bastoni di grissini; dentro olive farcite vengono inseriti dei bigliettini che si sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli astanti;
Tuttoriso: un piatto molto virile nella forma, in cui il riso è condito con vino caldo legato con fecola e birra calda, rosso d’uovo e parmigiano Golfo di Trieste: si cuoce un chilo di vongole sgusciate in una salsa di cipolle e aglio aggiungendo lentamente il riso, che una volta cotto è accompagnato da crema alla vaniglia;
Carneplastico: grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Alla base un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo, un prodigio di equilibrio e d’inventiva plastico-scultorea;
Aerovivanda: dedicata all’aereo che per i Futuristi era la massima espressione di alta tecnologia, velocità, dinamismo e competizione. L’aerovivanda è un cibo cosidetto tattile, perché con la mano destra si mangiano frutti e verdura, mentre con la mano sinistra si accarezza una tavola di carta vetrata, velluto, seta, il che crea impressioni e sensazioni di movimento, dinamizzate da rumori, suoni musicali e profumi;
Mammelle italiane al sole: si formano due mezze sfere colme di pasta candita di mandorle. Nel centro di ognuna si appoggia una fragola fresca. Indi si versa nel vassoio zabaione e zone di panna montata. Si può cospargere il tutto di pepe forte e guarnire con peperoncini rossi;
Caffèmanna: caffè d’orzo abbrustolito, raddolcito con la manna (linfa estratta da una pianta, l’ornello, molto diffuso in Sicilia), da servirsi molto caldo per dar modo ai commensali di raffreddarlo fischiandovi dentro ognuno le barzellette più congelanti. (Avete capito cosa bisogna fare? Io no!)

Ovviamente, nella Cucina futurista, in ossequio al Fascismo, molti nomi vennero italianizzati per cui al quisibeve (bar) si sorseggiava la polibibita (cocktail) e si mangiava il traidue (sandwich) mentre a fine pasto si gustava il peralzarsi (dessert) e, se in primavera volevamo goderci una scampagnata e relativo pasto, bastava portarsi da casa un cestino per il pranzoalsole (picnic).

Se volete saperne di più sul “Manifesto della Cucina Futurista” al quale ho voluto dedicare uno spazio per pura curiosità sulle bizzarrie che prevedeva (ed ancora prevede) nel campo della Gastronomia, lo potrete leggere -QUI-.
Trovere anche quattro ricette … nel caso voleste provarle …
I nomi di queste ricette?
Futuristi ovviamente:
Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa MarteBeccaccia al Monterosa salsa VenereCarneplastico  – Equatore + Polo Nord