IL MANIFESTO DELLA CUCINA FUTURISTA (Gazzetta del Popolo di Torino, 28 agosto 1930)

Il Futurismo italiano, padre di numerosi futurismi e avanguardisti esteri, non rimane prigioniero delle vittorie mondiali ottenute “in venti anni di grandi battaglie artistiche politiche spesso consacrate col sangue” come le chiamò Benito Mussolini.
Il Futurismo italiano affronta ancora l’impopolarità con un programma di rinnovamento totale della cucina. Fra tutti i movimenti artistici letterari è il solo che abbia per essenza l’audacia temeraria.
Il novecentismo pittorico e il novecentismo letterario sono in realtà due futurismi di destra moderatissimi e pratici.
Attaccati alla tradizione, essi tentano prudentamente il nuovo per trarre dall’una e dall’altro il massimo vantaggio.

Contro la pastasciutta Il Futurismo è stato definito dai filosofi “misticismo dell’azione”, da Benedetto Croce “antistoricismo”, da Graça Aranha “liberazione dal terrore estetico”, da noi “orgoglio italiano novatore”, formula di “arte-vita originale”, “religione della velocità”, “massimo sforzo dell’umanità verso la sintesi”, “igiene spirituale”, “metodo d’immancabile creazione”, “splendore geometrico veloce”, “estetica della macchina”. Antipraticamente quindi, noi Futuristi trascuriamo l’esempio e il mònito della tradizione per inventare ad ogni costo un nuovo giudicato da tutti pazzesco. Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia. Consultiamo in proposito le nostre labbra, la nostra lingua, il nostro palato, le nostre papille gustative, le nostre secrezioni glandolari ed entriamo genialmente nella chimica gastrica. Noi futuristi sentiamo che per il maschio la voluttà dell’amare è scavatrice abissale dall’alto al basso, mentre per la femmina è orizzontale a ventaglio. La voluttà del palato è invece per il maschio e per la femmina sempre ascensionale dal basso all’alto del corpo umano. Sentiamo inoltre la necessità di impedire che l’Italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca. Si armonizzi invece sempre più coll’italiana, snella trasparenza spiralica di passione, tenerezza, luce, volontà, slancio, tenacia eroica. Prepariamo una agilità di corpi italiani adatti ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio. Convinti che nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante, noi futuristi dopo avere agilizzato la letteratura mondiale con le parole in libertà e lo stile simultaneo, svuotato il teatro della noia mediante sintesi alogiche a sorpresa e drammi di oggetti inanimati, immensificato la plastica con l’antirealismo, creato lo splendore geometrico architettonico senza decorativismo, la cinematografia e la fotografia astratte, stabiliamo ora il nutrimento adatto ad una vita sempre più aerea e veloce. Crediamo anzitutto necessaria:
a) L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana. Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo. Un intelligentissimo professore napoletano, il dott.Signorelli, scrive: “A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”.
Invito alla chimica La pastasciutta, nutritivamente inferiore del 40% alla carne, al pesce, ai legumi, lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento. Perchè opporre ancora il suo blocco pesante all’immensa rete di onde corte lunghe che il genio italiano ha lanciato sopra oceani e continenti, e ai paesaggi di colore forma rumore che la radiotelevisione fa navigare intorno alla terra? I difensori della pastasciutta ne portano la palla o il rudero nello stomaco, come ergastolani o archeologi. Ricordatevi poi che l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso.

b) L’abolizione del volume e del peso nel modo di concepire e valutare il nutrimento.

c) L’abolizione delle tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove miscele apparentemente assurde, secondo il consiglio di Jarro Maincave e altri cuochi futuristi.

d) L’abolizione del quotidianismo mediocrista nei piaceri del palato. Invitiamo la chimica al dovere di dare presto al corpo le calorie necessarie mediante equivalenti nutritivi gratuiti di Stato, in polvere o pillole, composti albuminoidei, grassi sintetici e vitamine. Si giungerà così ad un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro. Oggi per duemila kilowatt occorre soltanto un operaio. Le macchine costituiranno presto un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio al servizio degli uomini quasi totalmente alleggeriti dal lavoro manuale. Questo, essendo ridotto a due o tre ore, permette di perfezionare e nobilitare le altre ore col pensiero le arti e la pregustazione di pranzi perfetti. In tutti i ceti i pranzi saranno distanziati ma perfetti nel quotidianismo degli equivalenti nutritivi.

Il pranzo perfetto esige:
1. Un’armonia originale della tavola (cristalleria vasellame addobbo) coi sapori e colori delle vivande.
2. L’originalità assoluta delle vivande.

Il “Carneplastico”
Esempio: Per preparare il Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa Marte, si prende un bel salmone dell’Alaska, lo si trancia e passa alla griglia con pepe e sale e olio buono finché è bene dorato. Si aggiungono pomodori tagliati a metà preventivamente cotti sulla griglia con prezzemolo e aglio. Al momento di servirlo si posano sopra alle trancie dei filetti di acciuga intrecciati a dama. Su ogni trancia una rotellina di limone con capperi. La salsa sarà composta di acciughe, tuorli d’uova sode, basilico, olio d’oliva, un bicchierino di liquore italiano Aurum, e passati al setaccio. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca.)
Esempio: Per preparare la Beccaccia al Monterosa salsa Venere, prendete una bella beccaccia, pulitela, copritene lo stomaco con delle fette di prosciutto e lardo, mettetela in casseruola con burro, sale, pepe, ginepro, cuocetela in un forno molto caldo per quindici minuti innaffiandola di cognac. Appena tolta dalla casseruola posatela sopra un crostone di pane quadrato inzuppato di rhum e copritela con una pasta sfogliata. Rimettetela poi nel forno finchè la pasta è ben cotta. Servitela con questa salsa: un mezzo bicchiere di marsala e vino bianco, quattro cucchiai di mirtilli, della buccia di arancio tagliuzzata, il tutto bollito per 10 minuti. Ponete la salsa nella salsiera e servitela molto calda. (Formula di Bulgheroni, primo cuoco della Penna d’Oca).
3. L’invenzione di complessi plastici saporiti, la cui armonia originale di forma e colore nutra gli occhi ed ecciti la fantasia prima di tentare le labbra.
Esempio: Il Carneplastico creato dal pittore furista Fillìa, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani, è composto di una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Questo cilindro disposto verticalmente nel centro del piatto, è coronato da uno spessore di miele e sostenuto alla base da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo.
Equatore + Polo Nord Esempio: Il complesso plastico mangiabile Equatore + Polo Nord creato dal pittore furista Enrico Prampolini è composto da un mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista zenit. Questi complessi plastici saporiti colorati profumati e tattili formeranno perfetti pranzi simultanei.
4. L’abolizione della forchetta e del coltello per i complessi plastici che possono dare un piacere tattile prelabiale.
5. L’uso dell’arte dei profumi per favorire la degustazione. Ogni vivanda deve essere preceduta da un profumo che verrà cancellato dalla tavola mediante ventilatori.
6. L’uso della musica limitato negli intervalli tra vivanda e vivanda perchè non distragga la sensibilità della lingua e del palato e serva ad annientare il sapore goduto ristabilendo una verginità degustativa.
7. L’abolizione dell’eloquenza e della politica a tavola.
8. L’uso dosato della poesia e della musica come ingredienti improvvisi per accendere con la loro intensità sensuale i sapori di una data vivanda.
9. La presentazione rapida tra vivanda e vivanda, sotto le nari e gli occhi dei convitati, di alcune vivande che essi mangeranno e di altre che essi non mangeranno, per favorire la curiosità, la sorpresa e la fantasia.
10. La creazione dei bocconi simultanei e cangianti che contengano dieci, venti sapori da gustare in pochi attimi. Questi bocconi avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura. Un dato boccone potrà riassumere una intera zona di vita, lo svolgersi di una passione amorosa o un intero viaggio nell’Estremo Oriente.
11. Una dotazione di strumenti scientifici in cucina: ozonizzatori che diano il profumo dell’ozono a liquidi e a vivande, lampade per emissione di raggi ultravioletti (poiché molte sostanze alimentari irradiate con raggi ultravioletti acquistano proprietà attive, diventano più assimilabili, impediscono il rachitismo nei bimbi, ecc.) elettrolizzatori per scomporre succhi estratti ecc. in modo da ottenere da un prodotto noto un nuovo prodotto con nuove proprietà, mulini colloidali per rendere possibile la polverizzazione di farine, frutta secca, droghe ecc.; apparecchi di distillazione a pressione ordinaria e nel vuoto, autoclavi centrifughe, dializzatori. L’uso di questi apparecchi dovrà essere scientifico, evitando p.es. l’errore di far cuocere le vivande in pentole a pressione di vapore, il che provoca la distruzione di sostanze attive (vitamine, ecc.) a causa delle alte temperature. Gli indicatori chimici renderanno conto dell’acidità e della basicità degli intingoli e serviranno a correggere eventuali errori: manca di sale, troppo aceto, troppo pepe, troppo dolce.

L’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana

Penserete sia impazzita ma rassicuro tutti … questa frase balzana non è mia e, ovviamente, non la condivido. Il “padre” di questa idea, che non esito a definire folle, é Filippo Tommaso Marinetti che, il 28 dicembre 1930, pubblicò il Manifesto della Cucina futurista.

Il Futurismo non era nato solo come un movimento che coinvolgeva tutte le forme di espressione artistica, ma “abbracciava” anche la Cucina.
Per Marinetti ed i suoi seguaci il peggior nemico da combattere in cucina era la pasta asciutta o, come la chiamava lui, l’alimento amidaceo.
Quando vi trovate davanti a dei bucatini all’amatriciana … delle profumate orecchiette alle cime di rapa o anche dei semplici spaghetti all’aglio e olio lo sapete che quegli “orrori” vi procureranno fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo?
Lo sapete che coniugare tra loro ingredienti in maniera tradizionale è monotono e stupido?
No eh? Ebbene sì, o almeno … così diceva Marinetti.
Ma le innovazioni non si limitavano solo al voler eliminare la pastasciutta, ma dettavano regole per un pranzo perfetto e, se molte cose possono oggi farci sorridere, alcune teorie, anche se spesso in maniera casuale e non in ossequio alle idee di Marinetti, sono state e sono applicate.
Ad esempio ormai é diffusa l’abitudine di una tavola apparecchiata non più con tovaglie e stoviglie monocolore neutro (bianco, beige, blu e marrone) ma colorata, viva, con forme varie e fantasiose.
C’é poi un’altra teoria di Marinetti con cui penso siamo tutti d’accordo: a tavola NON si parla di Politica!

Filippo Tommaso Marinetti organizzò la prima cena futurista a Torino l’8 marzo 1931 in un locale a cui diede il nome di “Taverna Santopalato”, gestito da Angelo Giachino, arredata dall’architetto Nicolay Diulgheroff e decorata dall’aeropittore Luigi Colombo.

Il menu prevedeva 14 portate dai nomi (che benevolmente chiamerò originali) quali Antipasto intuitivo, Brodo solare, Mare d’Italia, Pollofiat eCarneplastico.
Vediamoli alcuni dei piatti futuristi con tanto di descrizione (in corsivo le parole originali del Marinetti).
Antipasto intuitivo: cestini scavati nella buccia dell’arancio e ricolmi di salame di autentico porco e sott’aceti Cirio (in ossequio all’autarchia fascista), il tutto trafitto da piccoli bastoni di grissini; dentro olive farcite vengono inseriti dei bigliettini che si sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli astanti;
Tuttoriso: un piatto molto virile nella forma, in cui il riso è condito con vino caldo legato con fecola e birra calda, rosso d’uovo e parmigiano Golfo di Trieste: si cuoce un chilo di vongole sgusciate in una salsa di cipolle e aglio aggiungendo lentamente il riso, che una volta cotto è accompagnato da crema alla vaniglia;
Carneplastico: grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di undici qualità diverse di verdure cotte. Alla base un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di carne di pollo, un prodigio di equilibrio e d’inventiva plastico-scultorea;
Aerovivanda: dedicata all’aereo che per i Futuristi era la massima espressione di alta tecnologia, velocità, dinamismo e competizione. L’aerovivanda è un cibo cosidetto tattile, perché con la mano destra si mangiano frutti e verdura, mentre con la mano sinistra si accarezza una tavola di carta vetrata, velluto, seta, il che crea impressioni e sensazioni di movimento, dinamizzate da rumori, suoni musicali e profumi;
Mammelle italiane al sole: si formano due mezze sfere colme di pasta candita di mandorle. Nel centro di ognuna si appoggia una fragola fresca. Indi si versa nel vassoio zabaione e zone di panna montata. Si può cospargere il tutto di pepe forte e guarnire con peperoncini rossi;
Caffèmanna: caffè d’orzo abbrustolito, raddolcito con la manna (linfa estratta da una pianta, l’ornello, molto diffuso in Sicilia), da servirsi molto caldo per dar modo ai commensali di raffreddarlo fischiandovi dentro ognuno le barzellette più congelanti. (Avete capito cosa bisogna fare? Io no!)

Ovviamente, nella Cucina futurista, in ossequio al Fascismo, molti nomi vennero italianizzati per cui al quisibeve (bar) si sorseggiava la polibibita (cocktail) e si mangiava il traidue (sandwich) mentre a fine pasto si gustava il peralzarsi (dessert) e, se in primavera volevamo goderci una scampagnata e relativo pasto, bastava portarsi da casa un cestino per il pranzoalsole (picnic).

Se volete saperne di più sul “Manifesto della Cucina Futurista” al quale ho voluto dedicare uno spazio per pura curiosità sulle bizzarrie che prevedeva (ed ancora prevede) nel campo della Gastronomia, lo potrete leggere -QUI-.
Trovere anche quattro ricette … nel caso voleste provarle …
I nomi di queste ricette?
Futuristi ovviamente:
Salmone dell’Alaska ai raggi del sole con salsa MarteBeccaccia al Monterosa salsa VenereCarneplastico  – Equatore + Polo Nord

La Cucina del 1800

Dopo la Cucina degli Antichi Romani, quella del Medioevo e quella del Rinascimento eccoci al 1800.
E’ il Secolo della nascita della cosiddetta “nuova borghesia” composta da notai, politici e diplomatici e quindi dell’arrivo di nuove influenze anche in Cucina.
I grandi banchetti cominciano a sparire lasciando spazio a qualcosa di più intimo e familiare dovuto al fatto che, dicono gli storici,  l’Italia fosse divisa in Stati e Staterelli, che non esistesse un Regno unico e che quindi gli usi non si diffondessero eccessivamente ma restassero chiusi nelle varie realtà politiche dell’epoca.
Le piccole corti non disponevano di denaro in abbondanza e la chiusura politica diede origine (finalmente … dico io) allo sviluppo della Cucina regionale e locale.
In più, iniziò a diffondersi la Cultura del risparmio e lo spreco e l’ostentazione scomparirono di conseguenza anche dalla tavole.
Le donne iniziarono a scrivere pubblicazioni di ricette e nacquero molti ricettari anonimi dai titoli decisamente indicativi sia per l’economia che per lo sviluppo della Cucina locale quali “La cuciniera di città e di campagna o nuova cucina economica” e “La cuciniera genovese”.
I grandi Cuochi, erano comunque uomini (ma non perché fossero più bravi delle donne, bensì perché le donne con gli impegni familiari raramente  esercitavano professioni  fuori casa) : Vincenzo Agnoletti (Parma), Francesco Chapusot (Torino), Giovanni Vialardi (Regno di Sardegna) e moltissimi altri sparsi in tutta Italia.
Continuavano a scrivere  libri e ricettari in grande quantità tra cui “testi sacri” come “La gastronomia moderna” di Luigi Sorbatti, Chef presso l’Hotel Danieli di Venezia.
Il Cuoco preparato e di livello nel 1800 doveva avere caratteristiche speciali come ampiamente descritto da Giovan Felice Luraschi autore de “Il nuovo cuoco milanese economico”.
“Ora l’ottimo cuoco debb’essere abile nelle sue manipolazioni, dee conoscere esattamente le qualità e proprietà di tutto ciò che pone in opera per poter correggere e perfezionare gli alimenti, che la natura presenta nel suo proprio stato; deve avere il palato buono, il gusto delicato per combinare esattamente i condimenti e le dosi; deve inoltre essere sollecito nel lavorare per operar prontamente, e dee studiare con assiduità il gusto del proprio padrone, per cui il palato del cuoco dev’essere quello dello stesso padrone; una delle più belle prerogative che possa possedere, onde soddisfare il genio del medesimo. La pulitezza e la proprietà sono al Cuoco necessarie, quindi dev’essere montato tutto in bianco, cioè corpetto, calzoni e berretto, grembiale verde, varj ed ottimi coltelli con fodero al fianco, e molta biancheria da cucina sempre pronta.”

Ma anche la padrona di casa, in qualità di cuoca, aveva delle regole da seguire, prime fra tutte quelle tese al risparmio. Verrà inevitabilmente da sorridere leggendo che queste regole sono dettate ne “La cuciniera genovese”… chi, se non i parsimoniosi genovesi potevano dettare regole del genere?
“lo cambiare faccia alle vivande avanzate da tavola il giorno antecedente, perchè all’indomani facciano figura di pietanze nuove”.

Le cucine venivano organizzate molto più razionalmente che nel passato e, grazie all’invenzione delle “cucine economiche” in ghisa, alimentate a legna o a carbone, con un piano di cottura dotato di buchi che era possibile ingrandire o rimpicciolire grazie ad una struttura fatta a cerchi concentrici separati. Quelli di noi nati negli anni 40 e 50 le ricordano perfettamente. Non mandavano odore, fumo e polvere ed in più riscaldavano la stanza.
Vennnero inventati anche i primi fornelli a petrolio portatili, gli apparecchi a gas, gli antenati dei moderni frigoriferi (le ghiacciaie), le sorbetterie manuali, le macchine per il caffè, gli stampi per pasticci, gelatine o gelati.

Ma com’era strutturata la Gastronomia del 1800? Quali piatti e quali condimenti venivano usati?

La Cucina era molto ricca di grassi e molto “condita”.
Il brodo di manzo  richiedeva una cottura di  4 ore e l’uso di carne ed ossa era la base essenziale di qualsiasi minestra. Il midollo ed il grasso di rognone erano indispensabili per arricchire il sapore di qualunque cibo. La cervella veniva utilizzata per “legare”.

I pasti principali erano due: a mezzogiorno ed alla sera.
La cena era sempre più abbondante del pranzo ed era composta da primi asciutti o minestre, fritture, bolliti, arrosti e dolci. In casa si preparava qualunque cosa, dal brodo super consumato (padre del moderno dado), ai biscotti, dal liquore al ratafià (il liquore a base di frutta fresca ed alcool che cambia nome a seconda dell’ingrediente base … nocino, limoncello ecc).

Sempre Giovan Felice Luraschi ci dice come doveva essere un pranzo all’italiana specificando come si dovesse apparecchiare  la tavola e come si procedesse nel servizio ed i piatti da servire.
“Allestite prima di tutto la tavola per venti coperti, osservate che la tavola sia grande più che sia possibile, perché ad ogni persona deve esservi la distanza d’un braccio. Stendete la tovaglia e sopra di essa nel mezzo ponete i mantini piegati a scacco od in altra foggia o scherzo a piacere, fornite la tavola di posate, tondi, minestrine e mantini montandoli come vi aggrada. Nel mezzo qualche parterre, od alzata di pasticceria o di dolci; distribuite i porta bottiglie e sue bottiglie, porta bicchieri con i relativi, e qualora la casa costuma ponete le porta posate, quattro salini e quattro per il pepe, ed amolini; in testa della tavola mettete due marmitte, e quattro piatti reali, tra mezzo a questi, i due di salse, e li quattro tondi di bordure. Distribuite le zuppe, rimettete i due primi rilievi, servite i piatti con le salse, e li tondini d’ordeure, indi allestite per la seconda portata, la quale deve esser composta di quattro piatti e sei tondini, e di due rilievi in testa quali sono o di arrosto o di pasticcio freddo, l’arrosto va distribuito per ultimo, col dolce da cucina. Prontate per il dessert pel quale dovete levare tutti i piatti che trovansi in tavola, i salini, il pepe, le posate, e con una salvietta pulite la tavola, e rimettete a ciascuno la posadina per la tavola bianca e distribuite i piatti del dessert, il quale è composto di otto piatti di pasticceria, quattro di frutta, uno di formaggio ed uno di stracchino, e due gelati. I formaggi dovete porli in testa della tavola, ed essere i primi a servirsi, levate i formaggi e nel loro posto mettete i gelati, che tosto li distribuirete, poi servite di dolci con i liquori e vini forestieri, indi la frutta. Terminato il dessert si deve passare ad altra sala, ove vi sarà il caffè, per prenderlo. In punto alla scelta delle vivande devesi attenere a quanto viene indicato nei capitoli successivi tanto relativamente ai piatti e tondi di magro e di grasso, come quei piatti relativi alla credenza e decorazioni.”

Essenzialmente i più noti ed importanti piatti nati in Italia nel 1800 sono: il timballo di maccheroni (di cui si parla abbondantemente ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), gli agnolotti piemontesi ed il risotto alla milanese. In Austria nacque la deliziosa Sacher Torte.

In chiusura un “regalino” per voi.
Noto a tutti é il Gastronomo viaggiatore  Pellegrino Artusi che scrisse nel 1891, ad Italia finalmente unita, il famoso ed ancora oggi utilizzato e letto “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”.
Questo prezioso libro é frutto di ricerche attente a tutte le cucine regionali e sarà il testo base per dare all’Italia appena nata un’identità nazionale culinaria precisa affrancata dalle ingerenze francesi.

Le lasagne

Storia

E’ nato primo lo spaghetto o la lasagna?
Mah … certo é che sia gli antichi Greci che quelli Romani mangiavano le lasagne.
Intese come pasta tagliata a quadrati grandi.
Le cuocevano in acqua e sale e le farcivano con formaggi e legumi.
La cosa buffa é il loro nome, infatti in Greco significa “tripode da cucina” ed in Latino “vaso, contenitore”.
Ma si sa che in cucina la fantasia la fa da sempre da padrona.
Sulle nostre tavole le lasagne sono apparse cucinate come ai tempi degli Antichi Romani per secoli.
Ma nel XIV secolo un libro di Cucina scritto da F. Zambrini contiene una ricetta che vede le lasagne alternate solo a strati di formaggio, i legumi sono scomparsi.
Invece la ricetta di quelle alla bolognese non si sa come sia nata, nemmeno il leggendario Artusi ne ha mai fatto parola.
Apparvero come per incanto nei ristoranti di Bologna ed a renderle famose fu un certo Paolo Monelli nel 1935 quando le propose alla sua clientela nel Ristorante “Il Ghiottone errante”.
La ricetta originale delle lasagne é considerata così importante che l’Accademia della Cucina l’ha depositata presso la Camera di Commercio di Bologna.
Decisamente ghiotte ma altrettanto decisamente ipercaloriche ormai appaiono raramente nei Ristoranti … però vale la pena di assaggiarle almeno una volta e chi vuole si può cimentare a prepararle in casa.

Breve Storia del pane

Storia

 

L’homo sapiens mescolava ghiande ridotte in polvere ed acqua e stendeva tutto su una pietra piatta rovente. Otteneva così una focaccia. Poi la farina di ghiande venne sostituita dalla farina di cereali.
La scoperta della lievitazione invece è avvenuta per caso (come mille e mille scoperte culinarie) da parte degli Egizi (si dice nel 3000 a.C.)
Un impasto dimenticato per qualche problema di chi doveva cuocerlo venne ritrovato il giorno gonfio e soffice. Ovvio che a quei tempi non si buttava via niente … per cui l’impasto venne cotto e nacque quella meraviglia che oggi conosciamo tutti. Il pane gonfio, “mollicoso” e soffice.
Nel 2000 a.C. gli stessi Egizi costruirono i primi forni. Nei geroglifici sono presenti centinaia di simboli del pane già allora di numerose foggie e forme.
E noi? A Roma nel 150 a.C. nacque una corporazione di Mestieri: i pistores… i panettieri.
I pistores iniziarono a creare varie forme ed anche vari tipi di pane tra cui curiosa attenzione merita la placenta, una focaccia fatta di acqua e orzo. La placenta? Ma non é quella cosa che … parto … bambino ….???
Sì, la placenta che conosciamo come termine ostetrico, si chiama così proprio dal nome di quella focaccia di cui ha l’identica forma.
Torniamo al nostro amatissimo pane …
Nel Medioevo  divenne più “ricco” e si iniziò ad aggiungere altri ingredienti: formaggio, erbe, olive … oggi abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.
Il pane si cuoceva nei forni artigiani o in casa e fu il 1800 che vide iniziare la sua produzione su scala industriale e ciò perché vennero introdotte le macchine ed i lieviti chimici.
Oggi è tornato alla produzione casalinga grazie alle geniali, pratiche ed economiche macchine del pane che consiglio davvero con entusiasmo.

Se volete fare un viaggio nel pane Italiano ne trovere i tipi e le varietà in queste pagine

Il pane italiano, tipi e varietà (A – B)