Va detto subito: Ischia l’ho inserita tra i Luoghi di … vini ma in realtà ormai, a causa della scellerata invasione turistica iniziata dagli anni ’50 del 1900, l’isola ha perduto lo splendore della Cultura Vitivinicola che vanta un’origine millenaria.
Nel 1955 l’archeologo tedesco Giorgio Buchner ritrovò una coppa di meno di 10 centimetri di diametro, con disegni a motivi geometrici e con un’iscrizione in versi considerata il più antico esempio di un brano poetico in Greco.
La coppa si chiama Coppa di Nestore, come è scritto nell’incisione e contiene nei versi una frase che inneggia al buon vino del luogo.
Prova questa che furono gli antichi Eubei ad introdurre la coltivazione della vite e la produzione di quello che venne chiamato “nettare degli Dei”.
La tecnica di coltivazione si rifà alla Cultura Greca ed il fatto è da notare in quanto nel centro d’Italia ed anche all’interno della Campania veniva applicata quella etrusca.
I vigneti risalgono dalla costa sino in cima alle montagne grazie a terrazzamenti e cellai costruiti con i muri a secco di tufo verde. Vengono utilizzate anche le spalliere costruite con pali di castagno e canne per coltivare la vite alta sino a 2 metri.
Sino dal 1500 il vino sfuso era esportato e venduto sui più importanti Mercati sia italiani che stranieri (il commercio del vino arrivava sino in Dalmazia) tramite il trasporto in carrati su barche a vela chiamate vinacciere.
Come detto più sopra, la scellerata invasione turistica ha fatto calare la produzione in maniera drammatica.
Nel 1929 venivano prodotti 250mila ettolitri di vino all’anno, nel 1990 si era scesi a 62mila ed vigneti negli stessi anni coprivano rispettivamente oltre 2700 ettari e 900 ettari.
Nel 2018 la produzione di vino è passata a 5.600 ettolitri l’anno e gli ettari destinati a vigneti sono stati ridotti ridotti a 95.
I vitigni ischitani coltivati da oltre 300 anni sono: l’uva bianca Biancolella, Forastera e Arilla e quella rossa Guarnaccia, Piedirosso o Per’e Palummo e S. Lunardo.
Dopo questa annotazione triste passo a raccontarvi di Ischia.
Tutti sanno che è un’isola nel Golfo di Napoli ma non tutti sanno che è la terza isola più popolosa dopo la Sicilia (25.460 Km²) e la Sardegna (23.813 Km²) nonostante la sua superficie di 46,3 Km². Un dato scandaloso.
L’isola si è formata in seguito alle eruzioni vulcaniche verificatesi in ben 150mila anni, precisamente tra 147mila anni e 5mila anni fa.
L’origine del suo nome attuale è documentato in una lettera di Papa Leone III che nell’812 scrisse a Carlo Magno e nella quale si legge che l’isola Iscla maior non longe a Neapolitana urbe, aveva subito gravi devastazioni da parte dei Saraceni.
Alcune tesi fanno risalire il nome Iscla al semita I-schra (isola nera) ma i dubbi in merito sono molti ed anche ben fondati, in quanto Ischia in realtà é bianca, non nera.
I Greci la chiamavano Pithekoussai che, secondo alcuni studi sembra derivare da pithekos (scimmia) con riferimento alla leggenda secondo la quale Zeus trasformò gli abitanti (Cercopi) in scimmie.
Per altri invece il nome greco deriverebbe da phythos (anfora) per via della produzione di anfore che avveniva sull’isola, per la cronaca anfore soprattutto da vino.
Dal punto di vista demografico Ischia era abitata a partire dal Neolitico ma furono i Greci a colonizzarla verso il 780 a.C.
Nel 474 a.C. cadde sotto il dominio di Gerone I, tiranno di Siracusa e, nel 322 a.C., fu la volta dei Romani che, tra l’altro, vi costruirono le ancora floride Terme.
L’isola ha subito numerosi e devastanti saccheggi: nel 389 fu la volta di Alarico di Svezia, nel 496 arrivò il Vandalo Genserico seguito, nel 574, da Alboino, quindi fu la volta dei Saraceni (citati più sopra in merito alla lettera di Leone III) che vi tornarono anche nell’874.
Dal 598 finì sotto la giurisdizione dei Duchi di Napoli e vi restò sino al 1130 quando subentrarono i Normanni che dovettero lasciare il territorio a Genovesi e Pisani che a loro volta lo consegnarono ad Enrico VI nel 1194.
Nel 1214 furono gli Svevi a prendere possesso dell’isola, seguiti dagli Angioini e quindi dagli Aragonesi.
Anche Carlo VIII di Valois dominò su Ischia. Il feudatario più noto del periodo è quell’Innico d’Avalos che la difese strenuamente contro Ludovico Sforza e della cui epica impresa parla anche l’Ariosto nel suo “Orlando furioso”.
Ma Ischia fu anche vittima della devastazioni e del saccheggio ad opera del Corsaro Ottomano Khayr al-Dīn Barbarossa che nel 1544 invase l’isola uccidendo o deportando come schiavi quasi 2mila isolani.
Storia tormentata dunque, fatta di aggressioni, carneficine e devastazioni che finalmente finirono con l’annessione al Regno d’Italia del 1861.
Tante sono le possibilità di itinerari turistici, prima fra tutte la visita del Castello Aragonese che sorge su un isolotto di roccia collegato all’isola principale da un ponte in muratura.

Le sue origini risalgono al 474 a.C. quando Jerone I, tiranno di Siracusa, ricevette in dono l’isoletta a seguito della vittoria nella battaglia di Cuma e creò un primo insediamento.
Imperdibili gli Stabilimenti termali risalenti all’antica Roma e composti dai Giardini Termali Poseidon, i Giardini di Afrodite, le Terme di Castiglione, Bagnitiello, Negombo e Cavascura.

Un’altra visita irrinunciabile è quella ai Giardini di Mortella (il giardino delle Aloe, la roccia di Sir William, il Nymphaeum, il Tempio del sole, la cascata del coccodrillo, il Teatro Greco, la Sala Thai e la Glorieta. ) creati nel 1956 da Susana Walton, moglie del compositore inglese Sir William Walton e che racchiudono un insieme di vegetazione mediterranea e subtropicale tra i più belli d’Italia.
Infine sarà piacevole volgere lo sguardo sul coloratissimo Borgo di Sant’Angelo tipico esempio di villaggio Mediterraneo

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